Nessun dorma chitarra Turandot Giacomo Puccini

Опубликовано: 27 Сентябрь 2026
на канале: Arte Armonia · Manuel Florio · Critico d’Arte
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La grande opera per chitarra (un omaggio al centenario di Puccini e Turandot 1924-2024)
a cura di Manuel Florio

Il "Nessun dorma"
L'algida Principessa Turandot, persa la sfida degli enigmi, ha solo un'ultima possibilità: scoprire il vero nome del Principe ignoto prima che giunga l'alba. Ordina dunque che nessuno, quella notte, dovrà dormire, poiché l'unica attività consentita sarà aiutarla nella non facile ricerca: la ribellione e l'insuccesso saranno puniti con la Morte.

Nelle profondità della gelida e silenziosa notte di Pechino, il Principe Calaf è assorto nei suoi pensieri. Sicuro di poter cambiare il cuore di una Principessa fredda e crudele ("bianca al pari della giada, fredda come quella spada... la morte") intona con gran sentimento l'aria del "Nessun dorma". Visionaria, intensa, sognante. Luciano Pavarotti ebbe il merito di renderla accessibile e "popolare" al pubblico di massa di tutto il mondo.

La romanza sentimentale è interpretata dal tenore lirico nel silenzio dei giardini reali illuminati dal chiarore lunare. Calaf è solo, mentre il pensiero dominante della Principessa è quello di scoprire il suo nome per ucciderlo.
Terrorizzata dal pensiero di amare, Turandot rifiuta ogni legame. Ella incarna la parte più istintiva e distruttiva dell'Eros ("il gelo che dà foco"), intrinsecamente connessa con la Morte stessa. Turandot rinnega l'Amore.
Liù lo afferma. E lo farà nel modo più tragico: sacrificandosi per la felicità altrui. Liù è purezza e poesia dell'Amore.
Calaf è Amore, Mistero, Vittoria. Eppure il suo trionfo sarebbe stato effimero e illusorio senza un cambiamento sincero dall'altra parte. E così, dopo aver già prolungato la sfida, decide a sorpresa di svelare lui stesso il suo nome, rimettendo così la sua vita nelle mani della Principessa.
L'opera suggerisce che sia stata la combinazione di diversi fattori a suscitare quella particolare alterazione dei moti d'animo di Turandot, giustificabile, almeno in parte, alla luce della sua psiche complessa e ambivalente. Gelo e fuoco incontrano il sangue in quello che è un cambiamento assai brusco, e sul quale si è ampiamente discusso, che tuttavia non intacca il senso dell'opera.
In occasione del centenario della morte di Giacomo Puccini, abbiamo scelto di omaggiarlo con l'interpretazione del "Nessun dorma", cercando umilmente di evidenziare al pubblico lo stile più raffinato della melodia e della struttura armonica (l'aria che è semplice e pura romanza: vi è coerenza tra canto e tessuto armonico anche nel cambio di tonalità, in un pathos crescente che porta al trionfo finale), per restituire l'idea di quel "mondo delle fiabe" immaginato dal grande compositore lucchese.
Manuel Florio



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ATTO TERZO
QUADRO PRIMO
Il giardino della reggia, vastissimo, tutto rialzi ondulati, cespugli e profili scuri di divinità in bronzo, lievemente illuminate dal basso in alto dal riflesso degli incensieri. A destra sorge un padiglione a cui si accede per cinque gradini, e limitato da una tenda riccamente ricamata. Il padiglione è l’avancorpo d’uno dei palazzi della reggia, dal lato delle stanze di Turandot.
(È notte. Dalle estreme lontananze giungono voci di araldi che girano l’immensa città intimando il regale comando. Altre voci, vicine e lontane, fanno eco.
Adagiato sui gradini del padiglione è il principe. Nel grande silenzio notturno egli ascolta i richiami degli araldi, come se quasi più non vivesse nella realtà)

Gli araldi:
Così comanda Turandot:
«Questa notte nessun dorma in Pekino!»

La folla:
Nessun dorma! Nessun dorma!

Gli araldi:
"Pena la morte, il nome dell'ignoto
sia rivelato prima del mattino!"
La folla:
Pena la morte! Pena la morte!

Calaf:
Nessun dorma! Nessun dorma!
Tu pure, o Principessa,
nella tua fredda stanza guardi le stelle
che tremano d'amore e di speranza...
Ma il mio mistero è chiuso in me,
il nome mio nessun saprà!
No, no, sulla tua bocca lo dirò,
quando la luce splenderà…
Ed il mio bacio scioglierà
il silenzio che ti fa mia.

Le donne:
Il nome suo nessun saprà…
E noi dovrem, ahimè, morir, morir!

Calaf:
Dilegua, o notte! Tramontate, stelle!
All'alba vincerò! Vincerò!














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